MYANMAR: no man’s land
Quando entro nello studio di Andrea, per chiedergli del suo prossimo viaggio, è dicembre, il tempo è grigio, e le strade sono ancora bagnate da una noiosa pioggerellina. Pochi attimi prima di incontrarlo mi dico che la meta andrà bene, qualsiasi meta.
Il ventiquattro gennaio 2003 passiamo la dogana di ingresso a Yangon, capitale dell’ex Birmania, e nessuno si chiede il motivo di tanta attrezzatura fotografica: i nostri sorrisi si possono scongelare non appena fuori dall’aeroporto.
Decidiamo di percorrere il primo terzo di viaggio in comodità, scorrazzati da una stanca Toyota Corolla e dal suo autista, Kyaw. Grazie a lui apriamo bocche chiuse dalla paura, riusciamo a sentire grida dietro quei sorrisi muti. Ci porta in giro per otto giorni, da Yangon fino all’Inle Lake, passando per Bago, Kyaikto e su, verso Taungoo fino a Kalaw e Taunggyi. Poi, senza autista, completiamo il giro con i mezzi locali, da Mandalay a Bagan e giù a Pyay, per poi ritrovarci nuovamente nella capitale.
Il giro di 21 giorni e un contatto costante e curioso con gli autoctoni ci portano a vedere, oltre le apparenze imposte, un popolo pietrificato dal terrore, sedato a manganelli e fucilate e ormai impotente. Un governo senza scrupoli e una comunità internazionale non abbastanza interessata.