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MYANMAR: no man’s land

Quando entro nello studio di Andrea, per chiedergli del suo prossimo viaggio, è dicembre, il tempo è grigio, e le strade sono ancora bagnate da una noiosa pioggerellina. Pochi attimi prima di incontrarlo mi dico che la meta andrà bene, qualsiasi meta.
Il ventiquattro gennaio 2003 passiamo la dogana di ingresso a Yangon, capitale dell’ex Birmania, e nessuno si chiede il motivo di tanta attrezzatura fotografica: i nostri sorrisi si possono scongelare non appena fuori dall’aeroporto.
Decidiamo di percorrere il primo terzo di viaggio in comodità, scorrazzati da una stanca Toyota Corolla e dal suo autista, Kyaw. Grazie a lui apriamo bocche chiuse dalla paura, riusciamo a sentire grida dietro quei sorrisi muti. Ci porta in giro per otto giorni, da Yangon fino all’Inle Lake, passando per Bago, Kyaikto e su, verso Taungoo fino a Kalaw e Taunggyi. Poi, senza autista, completiamo il giro con i mezzi locali, da Mandalay a Bagan e giù a Pyay, per poi ritrovarci nuovamente nella capitale.
Il giro di 21 giorni e un contatto costante e curioso con gli autoctoni ci portano a vedere, oltre le apparenze imposte, un popolo pietrificato dal terrore, sedato a manganelli e fucilate e ormai impotente. Un governo senza scrupoli e una comunità internazionale non abbastanza interessata.

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strappi

Nascono nel 1995 dalla semplice idea della separazione della personalità. Strappando in due casuali metà il ritratto del soggetto, espongo il suo dualismo e in certi casi ricostruisco la metà mancante con il disegno a matita. Altre volte la parte mancante del volto viene lasciata ad una fitta scrittura, che segue e segna gli spazi lasciati incompiuti.

Gli strappi prendono il via da ritratti di persone vicine, a cui sono spesso dedicati i testi che ne completano le parti mancanti. Iniziati con l’utilizzo di pellicole bianco-nero e disegno a matita, li realizzo negli anni successivi anche partendo da foto a colori, con l’ausilio di colori acrilici.


DENTRO AL LINGUAGGIO di Tiziana Conti

Il Museo come depositario e custode dell’opera d’arte, ma anche luogo di osservazione e confronto. Lo spettatore come interlocutore attivo, che nella sede museale incontra l’opera e si pone in rapporto dialettico con essa. Scaturisce, di conseguenza, uno stato ideale nel quale l’opera si dispone ad essere “interrogata” ermeneuticamente, proponendo ipotesi di un percorso a diversi livelli interpretativi.
La fotografia e il Museo costituiscono un binomio forte. Thomas Struth dedica a questo tema un ciclo di lavori nei quali focalizza il punto di vista di una massa estraniata; Candida Hofer sottolinea le architetture perfette, distaccate dal reale; Karen Knorr evidenzia nel Museo il luogo del confronto tra tradizione e realtà sociale.

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